Fotografia di due ballerine flamenche di Teresa Ribuffo

Olè, fotografia digitale, 45x30cm. Stampa a tiratura limitata su carta Hahnemühle FineArt. Fotografia esposta  all’ esposizione “Hogares Secretos y Vidas”, Siviglia 2015

Critical Texts

“Panni Stesi”, Personale Palazzo San Giorgio 

testo critico di Letizia Cuzzola

 

      “Panni stesi” è un ciclo di opere che parla del ricordo, di vecchie abitudini, di gesti semplici, intimità, quotidianità. 

È il pensiero che si fa materia per interpretare sé stesso, veste di bianco: l’anima come il colore acromatico per eccellenza racchiude tutti i colori dello spettro elettromagnetico. 

E così il ricordo, nella sua capacità selettiva e re-interpretativa, sempre intimo anche quando coinvolge l’Altro e lo abbraccia fra le sue pieghe, il ricordo sempre simbolico perché mai originale. Il tempo si annulla, si cristallizza in una dimensione soggettiva dello spettatore, lo sguardo è catalizzato dalla bellezza formale della composizione nell’armonia propria dei ruoli di ogni elemento e uomo, obbliga ognuno di noi a scavarsi fino a grattare il fondo dell’anima alla ricerca di quella semplicità troppo spesso persa.

La scelta accurata dei materiali, che vanno dagli indumenti intimi ai vestiti da neonato passando per gli abiti delle bambole, rispecchia la necessità dell’artista di un confronto sincero e intimamente incontrovertibile con il proprio vissuto, con quella parte della memoria più difficile da gestire perché ancora in costruzione: la memoria dell’infanzia è una spugna fragile, non ancora in grado di decidere. Teresa è la madre e la figlia, la donna e la bambina. Si guarda in uno specchio che non riflette ciò che vedono gli occhi, ma quello che l’anima suggerisce, quello che l’inquietudine non vuole più relegare in un angolo del cuore. Ma è in questa sua personale visione che l’intero Essere si estrinseca attraverso storie individuali che sintetizzate diventano universali, i panni stesi ad asciugare al sole appartengono ad un vecchio e tradizionale mondo, dove la lentezza era gesto armonico, l’uomo protagonista di piccole grandi cose insieme a donne operose, timidi sorrisi, urla nei cortili, profumi di nostalgia.
Il dettaglio è il protagonista, come la scelta di usare la campitura come parte integrante essenziale del dipinto. Le superfici acrome sono uno spazio totale, aperto a infiniti significati possibili, infinita riproduzione della propria realtà tautologica. 

Chiudendo definitivamente con la rappresentazione, definibile figurativa solo per l’utilizzo dei vestiti come soggetto agente, la pittura si confronta con l’essenza, con l’assoluto. 

La semplice stesura di un unico colore, assolve questo scopo, l’artista indica in modo impersonale, riducendo l’elaborazione artistica al minimo in linguaggio sufficiente a esplicarsi, a porsi con l’enormità che ci sovrasta.


Letizia Cuzzola

ClothesLine, Spazio Nice Paratissima

a cura di Lara Caccia

 

 

    “Nell’appartamento conoscevo già tutti i nascondigli e vi facevo ritorno come in una casa in cui si è certi di trovare tutto come lo si era lasciato. Mi batteva il cuore. Trattenevo il respiro. Qui ero racchiuso nel mondo della materia. Mi diveniva straordinariamente chiaro, si accostava a me senza parole.”

Sono parole che raccontano una parte del gioco a nascondersi scritte da Walter Benjamin nel suo libro Infanzia berlinese intorno al millenovecento. Ad un certo punto dello scritto, l’autore dice di nascondersi  dietro una portiera e si “racchiude nel mondo della materia”: il bambino si trasforma in qualcosa di “fluttuante e di bianco, uno spettro”.  

 

L’artista Teresa Ribuffo sembra condensare l’esperienza della propria infanzia nella materia delle sue opere, nel delicato contrasto tra le ombre che fanno capolino tra le pieghe dei vestiti e il bianco intenso e predominante della tela e della stoffa.  Entrare nella stanza di Ribuffo, con le sue pareti scrostate, non dipinte,  è come entrare in punta di piedi in una stanza proibita, in cui sono esposti ricordi preziosi, di chi nell’andare via ha lasciato come dolce memoria. “Reliquie” di oggetti  che entrano subito in empatia con il fruitore, facendo riaffiorare in lui quel sentimento infantile di tenerezza e di bisogno di protezione, accentuato anche dalle piccole dimensioni di alcune opere, e “facendo rivivere le ore e i luoghi di magia” .

Quella tutina, quel vestitino, non sono elementi di un racconto autobiografico, ma nella loro purezza divengono simboli di una perduta vita, che può riconoscere solo colui che l’ha perduta. Non c’è più il tempo dell’allegria dei panni stesi che sventolano all’aria diffondendo profumo di lavanda, non c’è più la morbidezza della stoffa che dava la sensazione di essere avvolti in un abbraccio. Sono lì immobili, scultorei, a fatica si distaccano dalla superficie della parete, della tela, imprigionati in uno spazio definito; o dalla cornice o dalla dimensione del supporto. Questi  delimitano lo sguardo del fruitore e allo stesso tempo lo costringono a soffermarsi a riflettere sulle singole pieghe e increspature, e leggere gli antichi umori in loro nascosti. L’insegnamento della storia dell’arte di inserire nell’opera un frammento della realtà, nel nostro caso diventa un metodo per trasformare il sentimento nostalgico di un tempo perduto in una promessa. Per  mantenere vivo quel sentimento infantile, ingenuo e puro, nell’animo dell’adulto.  Le opere di Ribuffo sono un codice di segni  che, attraverso il nuovo linguaggio, vanno incontro all’adulto e rinominano la realtà con i “nomi dell’infanzia”, “ridando anima ai sogni”:  riscoprendo ciò che era rimasto nascosto dalle maschere del mondo degli obblighi e dei doveri.

“Scavare nell’infanzia, negli starti nascosti, perduti della vita, per riattivare quella promessa di felicità che è patrimonio di ogni essere umano senza dimenticare che questa possibile felicità e perennemente esposta ai venti della storia” (nota di E. Ganni, in op.cit.).

 

 Lara Caccia

Hogares Secretos y Vidas personale Galeria Weber Lutgen Siviglia

Testo di Macarena Nieves Caceres 

 

       “..Ciò che rimane e colma le assenze permanenti è l’ eredità spirituale, quella indivisibile, che non è dato a tutti vedere o sentire. É l’ eredità celata fra i ricordi diventai ormai fossili preziosi.  È l’ anima che vive in quel luogo, intrappolata in ciò che era e che li continua a vivere.”   

Partendo dal simbolo della casa, quale emblema di rifugio e intimità, Teresa Ribuffo ci invita a denudarci di assenze e malinconie. Il suo lavoro si nutre del “principio di integrazione psicologica” che Gaston Bachelard dà all’immagine della casa. In maniera meticolosa e sottile, l’impulso onirico dell’artista riporta alla memoria la sua particolare ricerca dell’anima umana a ciò che percepisce, dando importanza a oggetti che sembrano non essere rilevanti in sé, per la semplicità e/o priorità utilitaria che può avere una sedia, un letto, ma che conferiscono forza poetica a tutto il suo lavoro. Le sue fotografie evocano l’umano dello spazio, il lato intimo e l’illusione del focolare, delle persone che lo abitano, o lo abitarono. Da qui il suo sguardo che si concentra su abiti usati, o ricordi (cartoline, biglietti, vinili, ecc.) con ciò che comportano, per dirlo con le parole di Bachelard, il ritorno in noi di una materia che vuole sognare. A questa, la sua dimora sognata, somma il segno invisibile che lasciamo negli angoli delle cose, soppesando segreti che rivelano l’esistenza stessa. Come un archivista-segreto “di segreti”, una cartolina di ballerine, circondata da chiodini vecchi e ossidati, che sembrano giocare a competere con i punti di colore dell’abito delle danzatrici di flamenco, stigmatizza néi immobili in un gesto “perpetuo” di ballo di una Spagna “quieta”. Intrappolata, però, in un cappio concreto che sia una cartolina o un souvenir permanente.  

L’ occhio avido di Teresa Ribuffo incornicia, in una vecchia foto sbiadita dagli anni, la tranquillità di un momento. 

Il colore della solitudine giunge tingendo le pareti di una camera da letto, come un mosaico che conserva, protegge confidenze. Arazzo di luce che ricorda il tempo di un’ altra persona, della camera personale come centro della sua vita. Dando importanza alla propria camera come ci ha sempre incoraggiato Virginia Woolf. Immagine fotografica che alberga connotazioni del fotogiornalismo, senza abbandonare un certo alone pittorico per la presenza della luce come pennellate che potrebbero ricordare la camera di Van Gogh, dove l’artista disse che “avrebbe voluto esprimere un riposo assoluto con l’uso di tutti i toni diversi”, riferendosi al quadro “La camera di Arles” in cui prova a riflettere tranquillità e semplicità, vincolando vita e opera, rivelando una parte della sua intimità. Allo stesso modo la forza della camera, nella Ribuffo, evoca un istante atemporale, ricordando non solo la vita del suo proprietario, ma ricostruendo il viaggio di andata e ritorno dell’artista tra Spagna e Italia. E viceversa.  

Si parte dalla casa come nascondiglio dell’animo umano e labirinto della memoria. Staccando questa piccola finestra della stanza come fauci che inghiottiscono storie, ci invita a masticare omissioni dello spazio o la fugacità del momento. Compreso intravedere il poetico nell’infimo e abbandonato. Da una camera che si spoglia al suo interno, fino all’esterno di una abitazione che paralizza il transito della vita in fugace istantanea di un animale di passaggio… o un vecchio baule, ventre di silenzi… lasciandoci sognare tanto con l’assenza quanto con la bellezza, e implicando la relazione dell’esterno e dell’interno in questa stessa finestrella: la calma del focolare di fronte al rumore del mondo. Dove l’istante presente fluisce in multiple direzioni, reclamando segreti e vite. Senza rinunciare all’alone poetico che abbraccia il suo sguardo. 

 

 Macarena Nieves Caceres

La Poetica del Bianco di Teresa Ribuffo

Testo di Francesco Bartone per personale al Mumart

 

  Dobbiamo conoscere prima i bianchi, le materialità, i gesti e gli oggetti sculture dei grandi maestri del ‘900 come Fausto Melotti, Lucio Fontana, Alberto Burri e Angelo Savelli, per accostarci e comprendere le spinte innovatrici dell’arte di Teresa Ribuffo, un’artista di adozione reggina, ma cittadina del mondo, che si muove da sempre verso un’espressione ipermoderna e sincera nell’immaginazione tattile della realtà. 

Un testo artistico produttivo il suo, narrativo, e anche aperto a materializzazioni e impressioni , servendosi di composizioni e sovrapposizioni rigorosamente di colore bianco, compiute tramite l’affiche di stoffe e tessuti “ lavorate ” a collage senza alterazioni formali e naturali.

Interessanti raggiungimenti e potremmo dire anche sorprendentemente contemporanei e suggestivi che rimandano ai grandi maestri del secolo scorso. 

Le materializzazioni ribuffiane non sono violente nè intrise da incubi che aggrediscono, sono invece, calme ed esprimono serenità collocandosi nel quadro entro cui signoreggiano protagonisti, dal quale, perché reali vorrebbero uscirne. Sono immagini scaturite dalla mente con qualità e artifici solidi fondate sulle sintonia simbolica iperrealiste attraverso un atteggiamento intellettuale- quello di Teresa Ribuffo – colto, creativo, pregno di contenuti intenzionali senza valori chiaroscurali, e con idee e sentimenti di immissioni soggettivi con forti poteri comunicativi. 

Un flagrante sentire, il suo, che potremmo accostare per condivise assonanze agli “avvolti” e alle pieghe di un altro grande calabrese : Cesare Berlingeri da Cittanova, il quale alla stregua di pittori antichi come Giotto o Simone Martini, e come del resto Teresa Ribuffo, i suoi “ ornamenti piegati ” hanno un’intima spiritualità entusiasmante, una possessione nuda, non vincolabile ad una parola o ad un concetto. 

 

Francesco Bartone